Ci sono serate in cui il vino accompagna la tavola. E poi ci sono serate in cui succede qualcosa di più raro: il vino diventa un modo per far partire le storie, sciogliere le persone, dare profondità al tempo.

Lunedì 16 marzo, al Lavatoio, è successo proprio questo.


L’ultimo appuntamento di 8 — Il Tavolo del Vino si è aperto con un brindisi, qualche sorriso ancora un po’ timido, le prime presentazioni attorno al tavolo condiviso. Ad aspettare gli ospiti c’era già Ida di Drei Donà — presenza viva, sorridente, pronta a entrare nella serata non con la distanza di chi “presenta” dei vini, ma con il passo naturale di chi porta con sé un pezzo di storia da condividere.

Il tema della serata erano i vini vecchi. Un tema che, già da solo, ci piaceva moltissimo. Perché i vini vecchi non sono semplicemente vini “invecchiati”: sono vini che hanno avuto tempo. Tempo per cambiare, per smussarsi, per complicarsi, per prendere strade che un vino giovane non può ancora conoscere. In un mondo che corre sempre, sedersi a tavola per ascoltare cosa il tempo ha lasciato dentro un calice ci sembrava una cosa quasi necessaria.


Come è andata

La serata è partita da un metodo classico di Drei Donà — base chardonnay con un leggero tocco di riesling — che ha fatto da soglia, da piccolo rito d’ingresso. Poi sono arrivati i primi due vini, due chardonnay molto diversi e già capaci di impostare il tono del percorso.

Chardonnay Prefilossera Macerazione e affinamento in anfora · acidità accentuata, sfumature ossidative
Tornese Le Origini Chardonnay da vigne quasi trentennali · profondo, pieno di personalità
Magnificat 1998 Cabernet Sauvignon · lunghissimo affinamento · uno dei vini simbolo della Romagna
Graf Noir 1998 Sangiovese riserva con taglio Cabernet Merlot · l’ultimo della serata, il più memorabile
Tornese Le Origini — Drei Donà, Tenuta La Palazza
Tornese Le Origini — Drei Donà, Tenuta La Palazza

Dalla cucina, intanto, uscivano piatti pensati per stare davvero dentro il dialogo con i vini: la bruschetta con carciofi arrosto, lardo di pata negra, spuma di cozza e pecorino, i fagiolini saltati con arissa e mandorle, poi una zuppa di cavolo nero, aglione e vongole con baccalà fritto. Quando il vino ha spessore, anche la cucina deve saperlo ascoltare — senza paura di avere carattere.

Nota di cantina — Drei Donà, Tenuta La Palazza
Nota di cantina — Drei Donà, Tenuta La Palazza

Poi sono arrivati i vini che aspettavamo con più trepidazione. Il Magnificat 1998, Cabernet Sauvignon con lunghissimo affinamento, uno dei vini che ha contribuito a far conoscere la Romagna enologica a livello nazionale. E infine il Graf Noir 1998, Sangiovese riserva con taglio Cabernet Merlot: un assaggio capace di chiudere la serata con quella sensazione rara che lasciano solo certe bottiglie — quella di averti fatto stare, anche solo per un attimo, un po’ più dentro le cose.

Magnificat 1998 — Drei Donà, Tenuta La Palazza
Magnificat 1998 — Drei Donà, Tenuta La Palazza

A quel punto il tavolo aveva già cambiato ritmo. Le prime esitazioni si erano sciolte, la conversazione era diventata più libera, più viva. I calici non erano più soltanto da osservare o commentare: erano diventati un pretesto per conoscersi meglio.

Anche la cucina ha scelto di spostarsi un po’ più in là del consueto. Sono arrivati una frittatina con pecorino, asparagi e tartufo bianco di Mars, e poi uno spezzatino di brasato al sangiovese — un piatto volutamente più strutturato, insolito per il Lavatoio, ma necessario per stare accanto a vini così evoluti e complessi. A volte, quando il vino chiede corpo, la tavola deve avere il coraggio di rispondere allo stesso livello.


Ida, e il valore di una storia vera

Una parte molto bella della serata non è stata solo nei vini. È stata in Ida.

«Non c’era niente di rigido o didascalico nel suo modo di stare al tavolo. C’era passione vera. E quando la passione è vera, non ha bisogno di essere spiegata: arriva. Si sente. Tiene insieme una stanza.»

Nel modo in cui ha raccontato la storia della sua famiglia, la nascita della cantina, il percorso del padre — avvocato che per grande passione ha mollato tutto e ha iniziato a vinificare. La scelta coraggiosa di lavorare su vitigni internazionali dentro il panorama romagnolo, di confrontarsi con i vini importanti d’Europa invece di restare nell’autoctono.

L’intenzione, all’inizio, non era nemmeno quella di affidarle la guida della serata. Ma il suo entusiasmo ha catturato tutti — e il tavolo l’ha seguita naturalmente, senza che nessuno se ne accorgesse.


Quello che resta

Forse è proprio questo, in fondo, il punto di 8 — Il Tavolo del Vino. Non fare una degustazione e basta. Non mettere in fila delle etichette importanti e fermarsi lì. Ma creare un tavolo in cui il vino diventa un linguaggio comune, anche tra persone che prima non si conoscevano. Dove chi ha più esperienza può condividerla senza pesare, e chi si avvicina con curiosità può sentirsi accolto — mai fuori posto.

Anche questa volta è andata così. La serata si è chiusa con entusiasmo, con nuove connessioni tra appassionati, con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di pieno — non soltanto “ben riuscito”.

Ci piace pensare che certe sere restino addosso per questo. Perché non ti lasciano solo il ricordo di un vino buono o di un piatto riuscito. Ti lasciano il ricordo di un’atmosfera. Di un tavolo che, lentamente, si è acceso. Di una bottiglia stappata al momento giusto. Di una storia che qualcuno ha avuto voglia di raccontare — e di altre persone che, per una sera, hanno avuto voglia di ascoltarla davvero.